Bologna e il pianeta acqua
Ecco cosa beviamo e com'è
Pura, ma non leggera. Forte il sapore: «Aspettate prima di berla». Scorre in 7 mila km di rete
L'acqua dei rubinetti bolognesi è pura. Nota dolente il sapore di cloro
Il 12 e il 13 giugno i cittadini, anche quelli bolognesi, saranno chiamati a votare per il referendum. Uno dei quesiti riguarda la liberalizzazione delle società di gestione dei servizi idrici: ovvero l’acqua del rubinetto. In questa pagina facciamo il punto sull’«oro blu». Quali sono le fonti da cui è prelevato? E, dopo numerosi e complessi di raccolta e disinfezione, come arriva nel bicchiere dei bolognesi? Il principale impianto, alla confluenza tra Reno e Setta, serve gran parte della provincia e della città, eppure l’acqua non è tutta uguale. La rete idrica di Hera è efficiente (poche perdite) ma più cara che altrove. Ecco cosa beviamo.
Semplice come bere un bicchier d’acqua? Insomma...Dietro al gesto di aprire il rubinetto, ci sono una miriade di processi che coinvolgono nove centri di potabilizzazione medio-grandi, 58 impianti minori, una rete di 6.908 km e più di 10 mila analisi. Un lavoro che incide sulla bolletta (dove pesano anche i costi di depurazione e fognature) e sulla qualità dell’acqua.
«Quella di Bologna è un’acqua mediominerale. Oligominerale in alcuni Comuni della montagna». Lo spiega Daniele Nasci, che per Hera è responsabile del laboratorio analisi di Sasso Marconi. Il residuo fisso medio dell’acqua bolognese (la quantità di sali presenti nell’acqua dopo l’evaporazione) è di 324 milligrammi per litro. Non è, quindi, acqua «leggera» (indicata per favorire la diuresi o per i calcoli renali), ma neanche troppo mineralizzata (consigliata, questa, per l’attività sportiva). È adatta all’uso quotidiano con una buona azione diuretica.
«Non bisogna pensare che l’acqua che contenga meno minerali sia più "buona". Questo lasciatelo decidere al vostro medico». Al di là della retorica pubblicitaria della particella sperduta nella bottiglia, «quella di Hera rientra nei parametri dell’acqua in commercio». Non è «povera di sodio»: 18 mg per litro. «Ma, francamente, quella dicitura tipica delle etichette mi fa sorridere — spiega Nasci —. Il sodio nell’acqua è sempre di quantità trascurabili». Il sapore è il tasto dolente. Colpa del cloro, il disinfettante utilizzato per garantire che l’acqua sia «pulita» fino al bicchiere (154 µg di clorito per litro). Consigli: «Aspettare un po’ prima di bere o tenere l’acqua in frigo».
L’impianto di potabilizzazione più grande è alla confluenza tra Reno e Setta, a Sasso Marconi. Sempre dal bacino del Reno arriva l’acqua degli impianti Tiro a segno, Borgo Panigale, San Vitale di Calderara (tutti di falda). Dal Savena quello del Fossolo, dall’Idice quello di San Lazzaro (anche questi «pozzi»). La rete bolognese è alimentata per il 39,8% da acqua di falda, il restante arriva dalla superficie. «Una percentuale raggiunta grazie al nuovo adduttore Reno-Setta: dal 2010 si prende acqua anche dal Reno — spiegano da Hera —. Meno acqua prendiamo «da giù», minori sono i rischi legati all’esaurimento della falda e alla subsidenza». Qui si usa ancora un canale scavato duemila anni fa dai Romani: 20 km di spettacolare ingegneria con pendenza costante di 1x1000 da Sasso a viale Silvani. Più capace, anche se meno affascinante, la «tangenziale dell’acqua»: il canale principale che collega la rete idrica correndo da Casalecchio a San Lazzaro.
Renato Benedetto
31 maggio 2011
31 maggio 2011
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